Carcere duro: l’Italia dovrà risarcire i mafiosi

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Carcere duro: la Corte di Strasburgo invita l’Italia a rivedere il regime del 41 bis perché contrario ai fondamenti dei Diritti dell’uomo.

Carcere duro: il caso Viola

La Corte di Strasburgo ha rigettato il ricorso presentato dall’Italia avverso alla sentenza del 13 giugno 2019, la quale fa riferimento al caso del boss di ‘ndragheta Marcello Viola condannato al carcero duro, disciplinato dal 41 bis dell’ordinamento penitenzario.

Il boss ndranghetista Marcello Viola, sta scontando una condanna a quattro ergastoli a causa di omicidi plurimi, sequestri di persona, occultamento di cadavere e possesso di armi. Tra gli altri reati ascrittigli, è stato condannato come mandante dell’omicidio di Giuseppe Grimaldi, avvenuto il 3 maggio 1991 nel “venerdì nero” della cittadina della Piana di Gioia Tauro: i killer lo decapitarono e con la sua testa mozzata fecero tiro a segno in una piazza della città

Secondo quanto previsto dall’articolo 41 bis dell’ordinamento penitenziario, in assenza di collaborazione da parte del condannato, questi non potrà usufruire di permessi premio o dell’assegnazione al lavoro all’esterno.

Con il termine “41 bis” si fa riferimento all’articolo previsto dall’ordinamento penitenziario italiano, comunemente noto come “carcere duro”. Essa rappresenta una forma particolarmente rigorosa della detenzione, che viene riservata a color che sono stati protagonisti di reati di efferata gravità, in materia di criminalità organizzata. L’obiettivo di tale forma di detenzione carceraria è quello di impedire qualsiasi tipo di contatto esterno con le associazioni di cui fanno parte, per evitare che i boss possano continuare a impartire ordini ai loro sottoposti anche dalla cella.

Cedu contro il ricorso dell’Italia

Viola ha presentato ricorso alla CEDU (Corte Europea dei Diritti dell’uomo), chiedendo che fosse rivista la misura del 41 bis perché contraria ai fondamenti della Carta dei Diritti dell’uomo. Orbene la CEDU aveva definito “trattamento inumano e degradante” l’istituto giuridico del carcere duro.

Il ricorso presentato dall’ Italia, relativo alla previsione del carcere duro, ossia la reclusione a vita dei condannati, i quali non abbiano mai dimostrato di fornire collaborazione con la giustizia, anche qualora questa risulti irrilevante, senza possibilità di ottenimento di benefici, premi o sconti carcerari, è stato rifiutato in quanto contrario a quanto disciplinato dall’articolo 3 della Convenzione Europea sui Diritti umani.

In particolare, questa richiama all’impossibilità di poter subire tortura, pene o trattamenti inumani o degradanti.

La Corte di Strasburgo dunque invita lo Stato italiano ad intervenire in modo tale da riformare integralmente il carcere duro.

Secondo le autorità giudiziarie, occorre verificare se nel corso della reclusione del condannato al carcere duro, si siano presentate situazioni di evoluzione o di progresso idonee al punto tale da non considerare più necessario il mantenimento in detenzione del soggetto in questione.

La Corte si esprime, enunciando che non bisogna essere in presenza di una necessaria collaborazione con la giustizia, così come previsto dall’ordinamento italiano, ma è sufficiente manifestare la separazione dal contesto mafioso anche mediante ulteriori mezzi.

Conseguenze della decisione di Strasburgo

Sono ben 957 i detenuti in Italia che sono condannati al 41 bis per mafia e terrorismo. Per tutti loro la decisione della Corte di Strasburgo apre le porte a condizioni di maggior libertà del regime carcerario.

La prima conseguenza sarà certamente un numero considerevole di ricorso degli ergastolani che chiederanno un risarcimento dei danni per essere stati sottoposti ad un regime che è stato dichiarato illegittimo.

Successivamente alla prima sentenza relativa al caso Viola, 12 ergastolani avevano presentato ricorso dinanzi alla Corte europea mentre altri 250 dinanzi al Comitato delle Nazioni unite e ancora, ulteriori 1250 condannati intendono effettuare richiesta per permessi e benefici.

Il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, mostra il suo dissenso per la decisione adottata dalla Corte di Strasburgo, chiarendo che “noi abbiamo un ordinamento che rispetta i diritti di tutti le persone ma che di fronte alla criminalità organizzata reagisce con determinazione”.

Tutto ciò comporta una ripartizione in due del mondo della cultura giuridica, tra chi sostiene quanto stabilito dalla Corte europea e chi, al contrario, si schiera a favore dell’ergastolo ostativo.

Molti magistrati antimafia, ed anche il ministro degli Esteri Di Maio e della Giustizia Bonafede, hanno affermato come l’eliminazione del carcere duro possa inficiare negativamente sulla lotta alla criminalità organizzata.

Lo stesso capo dei capi Totò Riina, nel appello del 1993, richiedeva l’annullamento di tale pena, la quale rappresenta probabilmente la sola reale preoccupazione per i mafiosi, ossia incorrere nella detenzione senza la possibilità di accedere ad eventuali benefici.

 

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