Fallimento: quando si rischia di finire in galera?

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Fallimento, inteso come istituto, è regolato dal Regio Decreto n.267 del 1942. Tale procedura è stato oggetto di numerose riforme al fine di adeguare una legislazione piuttosto datata all’evoluzione della società moderna.

Il fallimento: il quadro generale della nuova normativa

La materia del fallimento abbraccia numerose questioni ed è attenta agli sviluppi sociali e tecnologici delle imprese di nuova generazione.

L’intero ambito del fallimento è stata completamente innovato con l’entrata in vigore del nuovo “Codice della crisi e dell’insolvenza”.

L’obiettivo della procedura è quello di individuare le iniziative e le procedure atte a garantire la sopravvivenza dell’impresa. Nella sostanza, si supera la visione arcaica del fallimento come punizione per la cattiva gestione. Difatti, nella società moderna, dove l’attività produttiva è sottoposta a pressioni enormi dovute alla crisi, le aziende falliscono perché non ci sono risorse sufficienti.

Affinché ci possa essere la dichiarazione di fallimento, è necessario che concorrano due presupposti, uno soggettivo e uno oggettivo.

Il presupposto soggettivo

L’art.1 della legge fallimentare indica i soggetti che possono fallire, ossia gli imprenditori che esercitano un’attività commerciale, con l’esclusione degli enti pubblici, i piccoli imprenditori e gli imprenditori agricoli.

Secondo la nuova legge sul fallimento, piccolo imprenditore, per restringere il numero dei soggetti assoggettabili alle procedure concorsuali, escludendo dalla categoria gli esercenti un’attività commerciale, in forma individuale o collettiva, che, anche alternativamente:

  1. a) hanno effettuato investimenti nell’azienda per un capitale di valore superiore a 300.000 euro;
  2. b) hanno realizzato, in qualunque modo risulti, ricavi lordi calcolati sulla media degli ultimi tre anni o dall’inizio dell’attività se di durata inferiore, per un ammontare complessivo annuo superiore a 200.000 euro.

Tali limiti possono essere aggiornati ogni tre anni, con decreto del Ministro della Giustizia in base alle variazioni degli indici ISTAT.

Il presupposto oggettivo del fallimento

Per quanto riguarda invece il presupposto oggettivo, l’art. 5 del r.d. n. 267/1942 dispone che l’imprenditore, per essere dichiarato fallito, deve trovarsi in stato d’insolvenza tale da non poter più soddisfare regolarmente le proprie obbligazioni.

La Suprema Corte di Cassazione ha avuto modo di pronunciarsi sul punto, statuendo un importante massima di diritto “lo stato d’insolvenza dell’imprenditore commerciale, quale presupposto per la dichiarazione di fallimento, si realizza in presenza di una situazione d’impotenza strutturale e non soltanto transitoria a soddisfare regolarmente e con mezzi normali le proprie obbligazioni a seguito dei venir meno delle condizioni di liquidità e di credito necessarie alla relativa attività” (Cass. n. 4789/2005).

Dello stesso tenore è una più recente sentenza, sempre delle Corte di Cassazione, che ha ulteriormente cristallizzato l’orientamento prioritario in materia (Sez. 6 civile, ordinanza n. 12652/2013), definendo lo stato di insolvenza “… consiste nell’oggettiva impossibilità in cui si trova l’imprenditore, con riferimento al momento della dichiarazione medesima, di far fronte, per il venir meno delle normali condizioni di liquidità e di credito, tempestivamente e con mezzi ordinari alle proprie obbligazioni. Pertanto, le circostanze inerenti alla concreta sussistenza o meno di una o più obbligazioni rimaste inadempiute, al loro ammontare, al rapporto fra passivo ed attivo dell’impresa, alla possibilità o meno di estinguere i debiti dopo la dichiarazione di fallimento, senza far ricorso a liquidazione di attività, se non possono considerarsi decisive, singolarmente esaminate, al fine dell’affermazione o negazione dello stato d’insolvenza, costituiscono, d’altra parte, elementi presuntivi idonei ad evidenziare, ove valutati nel loro insieme, la ricorrenza o meno dell’indicata obiettiva incapacità dell’imprenditore a fronteggiare i propri impegni. (Cass. 3250/73; Cass. 1036/72; Cass. 1274/78; Cass. 4727/04; Cass. 9253/12).

Fallimento: a chi spetta l’iniziativa

Il punto d’origine della procedura di fallimento consiste nell’individuare il soggetto che può avviare la procedura. La nuova normativa individua tre soggetti:

  • Debitore;
  • uno o più creditori;
  • pubblico ministero.

Qualora la richiesta di fallimento sia avanzata dall’imprenditore, egli viene onerato dell’adempimento di alcuni passaggi fondamentali. In particolare è tenuto a depositare, presso la cancelleria del tribunale:

  • delle scritture contabili e fiscali obbligatorie concernenti i tre esercizi precedenti o, se l’impresa ha avuto minore durata, dell’intera esistenza della stessa;
  • uno stato particolareggiato ed estimativo delle attività;
  •  l’elenco nominativo dei creditori (e dei rispettivi crediti) l’indicazione dei ricavi lordi per ciascuno degli ultimi tre esercizi e di coloro che vantano diritti reali e personali sui beni in suo possesso (e relativi titoli da cui sorgono i rispettivi diritti.

I casi, invece, in cui la richiesta è proposta dal p.m., sono legislativamente previsti:

  • l’insolvenza risulta nel corso di un procedimento penale;
  • dalla fuga, irreperibilità o latitanza dell’imprenditore;
  • dalla chiusura dei locali dell’impresa;
  • dal trafugamento, dalla sostituzione o dalla diminuzione fraudolenta dell’attivo.

La richiesta va presentata presso la cancelleria del Tribunale competente per materia: nel caso di specie è individuato competente il Tribunale del luogo in cui l’imprenditore ha la sede principale dell’impresa.

Gli organi della procedura fallimentare

Gli organi del fallimento sono molteplici. In primis, centrale è la posizione del tribunale fallimentare (art. 23 L.F.), il quale è l’organo principale dell’intera procedura. Nel dettaglio lo stesso è incaricato di:

  • provvede alla nomina, revoca o sostituzione degli organi del fallimento, quali sono il giudice delegato, il curatore e il comitato dei creditori

In relazione al giudice delegato, l’art 25 della legge fallimentare stabilisce che esercita “funzioni di vigilanza e controllo sulla regolarità della procedura”, mantenendo il potere di approvare il programma di liquidazione e di pronunciarsi sulle domande di ammissione al passivo dei creditori.

Dal canto suo il ruolo del curatore consiste nell’amministrare il patrimonio fallimentare, compiendo tutte le operazioni necessarie per la gestione della procedura. In aggiunta a queste competenze, la nuova legge sul fallimento gli attribuisce anche il compito di provvedere:

  • all’apposizione dei sigilli sui beni del debitore;
  • alla formazione del progetto di stato passivo;
  • alla redazione dell’inventario;
  • alla compilazione dell’elenco dei creditori;
  • alla redazione del bilancio dell’ultimo esercizio.

Con la riforma del fallimento., acquista importanza anche il comitato dei creditori, che ora provvede a “garantire una rappresentanza equilibrata, con compiti di vigilanza sull’operato del curatore, di autorizzazione degli atti dello stesso e di rilascio pareri, sia nei casi previsti dalla legge che su richiesta del tribunale o del giudice delegato (art. 41 L.F.).

Il comitato dei creditori viene nominato dal giudice delegato. La loro nomina avviene entro 30 giorni che iniziano a decorrere dal giorno in cui è pronunciata la sentenza di fallimento.

La composizione del comitato dei creditori prevede un numero variabile di tre o cinque membri, scelti tra i creditori del soggetto che subisce il fallimento.

Fallimento: il procedimento introdotto dalla riforma

La procedura fallimentare, così come viene disciplinata dalla nuova legge sul fallimento, prevede che l’intero iter procedimentale venga svolto davanti al tribunale del luogo dove risiede l’imprenditore fallito o ha la sede la società sottoposta a procedura fallimentare, che opera in composizione collegiale e in camera di consiglio (art. 15 L.F.).

Affinché, in attuazione dei principi costituzionali, possa essere garantito il contraddittorio tra le parti, il comma 2 dell’art. 15 L.F. dispone che: “il tribunale convoca, con decreto apposto in calce al ricorso, il debitore ed i creditori istanti per il fallimento; nel procedimento interviene il pubblico ministero che ha assunto l’iniziativa per la dichiarazione di fallimento“.

La riforma mira a snellire l’intera procedura, che era particolarmente arzigogolata. In questa ottica di semplificazione delle procedure, è stato previsto che la cancelleria notifichi all’indirizzo di posta elettronica certificata del debitore risultante dal registro delle imprese o dall’indice nazionale degli indirizzi di posta elettronica certificata delle imprese e dei professionisti, sia il decreto di convocazione che il ricorso.

Il decreto di convocazione deve indicare, a pena di inammissibilità, l’indicazione che il procedimento è volto all’accertamento dei presupposti per la dichiarazione di fallimento e fissa un termine non inferiore a 7 giorni, prima dell’udienza, per la presentazione di memorie e il deposito di documenti e relazioni tecniche. In aggiunta a queste indicazione, il tribunale investito della procedura, invita l’imprenditore fallito a depositare i bilanci relativi agli ultimi tre esercizi, nonché una situazione patrimoniale, economica e finanziaria aggiornata.

La sentenza dichiarativa di intervenuto fallimento

La prima fase del fallimento si conclude con la sentenza di fallimento, pronunciata del tribunale, ai sensi dell’art. 16 del r.d. n. 267/1942.

La sentenza di fallimento produce i suoi effetti fin dal momento della pubblicazione, mentre nei confronti dei terzi produrrà gli effetti dichiarativi dal momento in cui avviene l’iscrizione nel registro delle imprese. E’ possibile proporre reclamo contro la sentenza di fallimento nel termine di 30 giorni.

In particolare, oltre a dichiarare il fallimento, la sentenza provvede anche a nominare il giudice delegato della procedura e il curatore. In aggiunta a queste statuizioni, con la stessa sentenza viene ordinato al soggetto che è dichiarato fallito di esibire e depositare i bilanci, le scritture contabili e fiscali obbligatorie nonché l’elenco dei creditori entro 3 giorni.

Nella sentenza il giudice si preoccupa anche di indicare il luogo, il giorno e l’ora dell’incontro nel quale le parti avranno modo di procedere all’esame dello stato passivo. Tale attività va svolta nel termine perentorio di 120 giorni ed entro 30 giorni prima dell’adunanza i creditori dovranno inoltrare richiesta di ammissione al passivo, indicando l’ammontare del credito e il titolo sui cui fonda il credito stesso

Fallimento: gli effetti

Intervenuta la sentenza che dichiara fallito l’imprenditore o l’impresa, conseguono una serie di effetti, sul piano giuridico.

Il primo step riguarda il soggetto fallito, per il quale la sentenza di fallimento:

– priva dalla sua data il fallito dell’amministrazione e della disponibilità dei suoi beni esistenti alla data di dichiarazione di fallimento, ivi compresi i beni che pervengono al fallito durante il fallimento, salva rinuncia da parte del curatore, previa autorizzazione del comitato dei creditori, all’acquisizione degli stessi, qualora i costi da sostenere per il loro acquisto e la loro conservazione siano superiori al valore presumibile di realizzo.

determina la perdita, per il fallito, della legittimazione processuale nelle controversie relative ai rapporti di diritto patrimoniale, per le quali potrà stare in giudizio il curatore a meno che non vi siano, a suo carico, imputazioni di bancarotta e se il suo intervento è previsto dalla legge. La riforma del regime del Fallimento ha comportato anche una modifica dell’art.43 Legge Fallimentare, che oggi, testualmente, recita così: “L’apertura del fallimento determina l’interruzione del processo. Le controversie in cui è parte un fallimento sono trattate con priorità. Il capo dell’ufficio trasmette annualmente al presidente della corte di appello i dati relativi al numero di procedimenti in cui è parte un fallimento e alla loro durata, nonché le disposizioni adottate per la finalità di cui al periodo precedente. Il presidente della corte di appello ne dà atto nella relazione sull’amministrazione della giustizia.”

determina l’inefficacia di ogni atto compiuto dal fallito o di pagamenti dallo stesso ricevuti dopo la sentenza dichiarativa di fallimento;

– fa sorgere l’obbligo in capo al fallito, ove si tratti di persona fisica, di consegnare la propria corrispondenza al curatore, inclusa quella elettronica, ovvero, qualora il fallito sia persona giuridica, di indirizzare la corrispondenza al curatore.

In relazione alla posizione dei creditori, invece, con l’intervento del fallimento comporta che gli stessi non potranno più avviare alcuna procedura volta alla riscossione coattiva delle somme legittimamente pretese. Difatti, con l’apertura del fallimento, si realizza una par condicio creditorum, secondo la quale tutti i creditori hanno diritto al soddisfo del credito vantato, in base all’ordine indicato, distinguendo i creditori privilegiati da quelli chirografari. Ogni credito, ma anche ogni altro diritto reale, personale, mobiliare ed immobiliare, deve essere debitamente accertato e documentato.

La riforma della legge sul Fallimento ha mirato ad una crescente tutela per i creditori, per tutelarli da eventuali azione dannose, promosse dal soggetto fallito, prima che sia dichiarato il fallimento dal Tribunale. In particolare viene regolarizzata la cosiddetta revocatoria fallimentare, con la quale i creditori possono chiedere la revoca degli atti compiuti con l’intendo di occultare o dilapidare il patrimonio. Tale potere revocatorio viene attribuito ai commissari speciali, qualora fossero nominati o anche ad un soggetto designato dalla Banca d’Italia

Nella sezione III (artt. 64-70) sono regolati gli effetti del fallimento sugli atti pregiudizievoli ai creditori (c.d. “revocatoria fallimentare”). Il d.lgs. 16 novembre 2015, n. 180 ha attribuito l’esercizio delle azioni di revoca degli atti compiuti in frode dei creditori ai commissari speciali, se nominati, o a un soggetto designato dalla Banca d’Italia.

In particolare, non producono effetti nei confronti dei creditori:

– gli atti a titolo gratuito e i pagamenti che hanno scadenza successiva alla sentenza di fallimento, che sono stati compiuti dal fallito nei due anni precedenti alla dichiarazione di fallimento;

– gli atti a titolo oneroso, i pagamenti e le garanzie, salvo che l’altra parte provi che non conosceva lo stato di insolvenza del debitore;

– gli atti compiuti tra coniugi, nel tempo in cui il fallito esercitava un’impresa commerciale, salvo che il coniuge non provi che ignorava lo stato d’insolvenza del coniuge.

Oggetto di attenzione divengono anche tutti gli altri contratti che hanno corso di esecuzione al momento in cui è intervenuta la dichiarazione di fallimento. La norma stabilisce che tutti “i contratti ancora ineseguiti o non completamente eseguiti da entrambe le parti, in caso di fallimento di una delle due parti, l’esecuzione del contratto rimane sospesa fino a quando il curatore dichiara di subentrare nello stesso in luogo del fallito, assumendo tutti gli obblighi relativi, ovvero di sciogliersi dal medesimo.”

L’esercizio provvisorio dell’impresa

L’esercizio provvisorio dell’impresa può essere disposto dal Tribunale, quanto statuisce sul fallimento. Ma il Tribunale che dichiara il fallimento può anche limitare l’esercizio provvisorio dell’impresa, disponendo il proseguo delle attività solo per uni o più rami d’azienda, qualora la sospensione di tali attività potrebbe creare gravi conseguenze sulle doglianze mosse dai creditori.

Nel dettaglio, la possibilità di procedere con l’attività nonostante l’intervenuto fallimento, deve essere accordata dal giudice delegato, su proposta del curatore e previo parere favorevole del comitato dei creditori, con decreto motivato stabilisce anche il periodo entro il quale potrà essere svolta l’attività temporanea d’impresa. Spetta al comitato dei creditori, che viene convocato ogni tre mesi, il potere di chiedere la cessazione anche dell’esercizio provvisorio dell’impresa, quando avvertito sull’attività in corso, ritenga che non vi siano più margini per proseguire nell’attività. Sarà poi il giudice delegato ad ordinare il cessare di ogni attività. Tuttavia, resta in capo al Tribunale che ha dichiarato il fallimento, il potere di potere statuire con decreto motivato, in qualsiasi momento, la cessazione dell’esercizio provvisorio, qualora ritenga che non vi siano più rischi per i creditori o in generale, sia inopportuno proseguire con l’attività.

In aggiunta a queste novità introdotte dalla riforma, viene confermato il potere del giudice delegato di chiedere l’affitto dell’intera azienda o di rami della stessa a terzi, quando ciò appare utile e proficuo per la procedura e per una durata compatibile con le esigenze della stessa. La riforma ha stabilito che: “L’autorizzazione è rilasciata dal Ministro dello sviluppo economico e al comitato dei creditori si sostituisce il comitato di sorveglianza.”

Spetta al curatore individuare il soggetto a cui affiatare l’azienda o un ramo della stessa, valutando alcuni criteri:

  • l’ammontare del canone offerto;
  • le garanzie prestate;
  • l’attendibilità del piano di prosecuzione delle attività imprenditoriali;
  • la conservazione dei livelli occupazionali.

La custodia e l’amministrazione del fallimento

Importanti sono le novità introdotte con la riforma del 2006, in relazione alla fase successiva alla declaratoria di fallimento, ossia la fase relativa alla custodia e all’amministrazione delle attività fallimentari.

Il primo passaggio prevede che il curatore si rechi presso l’azienda e apponga i sigilli su tutti i beni che sono ivi presenti, che siano di proprietà dell’azienda o dell’imprenditore. In questa fase e per questa specifica attività, potrà anche richiedere l’intervento della forza pubblica, qualora lo riterrà necessario. Se invece i beni siano dislocati presso diverse sedi o comunque in più punto lontano tra loro, il custode potrà provvedere anche alla nomina di un delegato o di più coadiutori che verranno scelti dal giudice delegato.

Vanno inoltre consegnate al curatore:

  • le somme di denaro contante;
  • i titoli (compresi quelli scaduti);
  • le scritture contabili;
  • ogni altra documentazione dallo stesso richiesta o acquisita, se non ancora depositata in cancelleria.

Il curatore dovrà prestare attenzione a depositare e conservare tutte queste cose in un luogo idoneo e sicuro.

Successivamente, una volta che il curatore avrà rimosso i sigilli, sarà chiamato a redigere l’inventario nel minor tempo possibile. Di tale attività il curatore dovrà dare prova redigendo un apposito processo verbale. Al termine provvederà ad avvisare il fallito e il comitato dei creditori, mettendoli al corrente delle attività svolte e dei beni che sono in suo possesso e prenderà in consegna tali beni.

Il curatore ha poi il compito di invitare il soggetto fallito a fornire notizie circa eventuali altri beni o altre attività da dover inserire nell’inventario e solo in seguito a tale ulteriore passaggio, depositerà l’inventario presso la cancelleria del Tribunale. Il fallito è penalmente responsabile per le dichiarazioni mendaci che renderà in questa fase e per tutti i beni che tenterà di distrarre.

Quindi il curatore procederà all’esame delle scritture contabili, degli atti e delle notizie della procedura. In base a quanto emergerà da questa sua attività, il curatore avrà l’ulteriore compito di redigere l’elenco dei creditori e di tutti coloro che sono titolari di diritti reali, personali, mobiliari e immobiliari e in relazione a tutti i dati a sua disposizione, provvederà a stilare il bilancio dell’ultimo esercizio, qualora non vi abbia provveduto, in proprio, il soggetto fallito.

Inoltre a riforma ha introdotto anche la formazione del fascicolo informativo della procedura fallimentare. Tale fascicolo, così come quello cartaceo, vengono curati dal cancelliere dopo la pubblicazione della sentenza di fallimento e i creditori e i terzi interessati hanno diritto di prenderne visione ed estrarne copia.

L’accertamento del passivo

Il passaggio successivo della procedura del fallimento prevede l’accertamento del passivo.

Il curatore ha il compito di esaminare attentamente le scritture contabili e tutti gli altri atti che siano indicatori della condizione economica. Dopo tale esame preliminare comunica senza indugio ai creditori del fallito e a tutti coloro che sono portatori di interessi diretti, ossia color che sono titolari di diritti reali, personali, mobiliari o immobiliari. Tale comunicazione avviene tramite posta elettronica certificata ma anche tramite fax o raccomandata semplice. In questa comunicazione verranno indicati:

  • che è possibile partecipare al concorso trasmettendo “domanda di ammissione al passivo”;
  • la data fissata per l’esame dello stato passivo;
  • la data entro cui vanno presentate le domande;
  • ogni altra informazione utile per agevolare la presentazione della domanda;
  • il suo indirizzo di posta elettronica certificata.

Al seguito delle domande che verranno presentate, il curatore è tenuto ad esaminarle e al termine di tale ulteriore fase allora redigerà l’elenco dei creditori ammessi al passivo. In particolare i creditori verranno suddivisi da coloro che sono titolari degli altri diritti sui beni del fallito. Lo stesso curatore dovrà motivare le decisioni assunte per poi depositare in cancelleria, almeno 15 giorni prima della data nella quale sarà esaminato lo stato passivo, il documento completo.

La riforma del 2016 sul fallimento ha anche aggiunto all’art. 95 il seguente comma: “In relazione al numero dei creditori e alla entità’ del passivo, il giudice delegato può’ stabilire che l’udienza sia svolta in via telematica con modalità’ idonee a salvaguardare il contraddittorio e l’effettiva partecipazione dei creditori, anche utilizzando le strutture informatiche messe a disposizione della procedura da soggetti terzi.”

Il giudice delegato dovrà poi decidere, in udienza, sulle singole domande che sono state presentate in relazione alle conclusioni e alle motivazioni che sono state depositate, tenendo presente le indicazioni che sono state presentate dal curatore, oltre a quelle rilevabili d’ufficio e a quelle formulate agli altri interessati. Inoltre, in questa fase potrà anche essere sentito il fallito, qualora ne faccia richiesta e il giudice ritenga rilevante la sua deposizione.

Il giudice delegato, con decreto, pertanto, provvederà, al termine dell’udienza ad hoc, a dichiarare l’esecutività dello stato passivo. Sarà poi compito del curatore comunicare ai creditori l’esito della loro domanda e la possibilità di proporre opposizione per color che sono stati esclusi. Quindi deposita lo stato passivo in cancelleria, affinché tutti gli interessati possano prendere visione.

La liquidazione e la ripartizione dell’attivo

La liquidazione dell’attivo rappresenta una degli ultimi passaggi prima di ultimare la fase di chiusura del fallimento. La materia del fallimento è in continua evoluzione e sono state introdotte, negli anni, una serie importante di novità. In particolare si segnalano quattro decreti legislativi:

  • n. 5/2006,
  • n. 169/2007,
  • n. 83/2015,
  • n. 69/2016.

Allo stato attuale, la norma che disciplina la liquidazione dell’attivo, dispone che: “Entro sessanta giorni dalla redazione dell’inventario e in ogni caso non oltre centottanta giorni dalla sentenza dichiarativa di fallimento, il curatore predispone un programma di liquidazione da sottoporre all’approvazione del comitato dei creditori.”

Il termine di 180 giorni è perentorio: per tale motivo, in caso di mancato rispetto del termine stesso, si procederà alla revoca del curatore nominato, per giusta causa. Nel dettaglio, il programma di liquidazione è un atto di pianificazione e deve avere un contenuto specifico.

In questa fase il giudice delegato può anche decidere di autorizzare il curatore alla nomina di professionisti o società specializzate, le quali assumeranno il compito di provvedere, per suo conto, a svolgere alcune attività in relazione alla liquidazione dell’attivo.

Il comitato dei creditori possono chiedere che venga rivisto il programma per la liquidazione dell’attivo residuo del fallimento. Dal canto suo il curatore potrà anche presentare un supplemento sul piano della liquidazione.

Il ruolo del curatore è centrale in questa fase del fallimento. Tra i vari poteri che gli vengono attributi vi è quello di poter procedere alla liquidazione dei beni, prima ancora che venga approvato il programma. Affinché possa adempiere a tale onere, deve però preventivamente ottenere l’autorizzazione del giudice delegato e deve aver prima informato il comitato dei creditori, se è già stato nominato, solo se dal ritardo può derivare pregiudizio all’interesse dei creditori. Ancora, tra i molteplici poteri che vengono riconosciuti al curatore, vi è anche però un obbligo: ossia su autorizzazione del comitato dei creditori può decidere di non acquisire all’attivo o di rinunciare a liquidare uno o più beni, qualora dalle valutazioni fatte dovesse risultare che tali operazioni non sono convenienti. Qualora quindi dovesse poi ricorrere tale ipotesi, il curatore è dovuto a darne comunicazione al comitato dei creditori. Comitato dei creditori che potrà decidere di intraprendere azioni esecutive o anche azioni cautelari sui beni che sono stai rimessi nella disponibilità del creditore.

Superata questa fase, si procede all’approvazione definitiva del programma di liquidazione, che verrà poi comunicato al giudice delegato, che è chiamato a dare l’autorizzazione per la sua esecuzione e poi è tenuto a compiere tutti gli atti conformi allo stesso.

Se, senza che vi sia alcun valido motivo, non dovessero essere rispettati i termini indicati nella liquidazione, allora il curatore risponderà delle proprie azioni e potrà essere revocato, come in presenza di somme disponibili per la ripartizione, il mancato rispetto dell’obbligo previsto dall’articolo 110 primo comma.

Il passaggio successivo prevede la vendita dei beni del soggetto fallito. Tale procedura è stata in parte stravolta dal Decreto legislativo n.83/2015, con il quale sono state stabilite le modalità con le quali devono svolgersi le vendite previste dall’art 107 L.F. Testualmente, tale ultima normativa stabilisce che: “Le vendite e gli atti di liquidazione possono prevedere che il versamento del prezzo abbia luogo ratealmente (…). In ogni caso, al fine di assicurare la massima informazione e partecipazione degli interessati, il curatore effettua la pubblicità’ prevista dall’articolo 490, primo comma, del codice di procedura civile, almeno trenta giorni prima dell’inizio della procedura competitiva.”

Ultimata la procedura della vendita dei beni del soggetto che subisce il fallimento, sarà compito del giudice delegato accertare chela vendita sia avvenuta secondo le norme di legge e quale somma sia stata raccolta. Quindi, sempre il giudice delegato dovrà provvedere alla distribuzione della soma ricavata, tenendo presente quanto disposto dall’art. 109 delle Legge Fallimentare.

Il curatore è tenuto poi, ogni quattro mesi, a redarre un prospetto delle somme disponibili che non sono state ancora ripartite, secondo quanto disposto dall’art. 110. Questo prospetto dovrà essere comunicato poi ai creditori, i quali potranno proporre reclamo contro l’operato del curatore, entro il termine perentorio di quindici giorni che inizia a decorrere dal momento della comunicazione, secondo quanto disposto in dall’art. 26 della Legge che disciplina il fallimento

Durante la ripartizione dell’attivo possono però sorgere contestazione sulla reale somma da dover corrispondere al creditore procedente, ammesso al passivo. Sul punto, il decreto legislativo n. 59/2016 ha introdotto delle interessanti novità, introducendo modifiche in relazione ai commi 1 e 4 dell’art 110. Nella sostanza viene stabilito che, nel caso in cui vi siano dei giudizi in corso, in particolare quelli rientranti nei casi previsti dall’art. 98 della Legge fallimentare, il curatore è tenuto a specificare tale evenienza nel progetto di riparto. Pertanto, prima di riconoscere tali somme ai creditori coinvolti nei procedimenti per l’ammissione al passivo, tali creditori dovranno presentare una fideiussione autonoma e irrevocabile. Questo perché, nel caso in cui il giudizio in corso dovesse poi statuire che il creditore non doveva essere ammesso al passivo o che doveva essergli riconosciuto un credito inferiore, deve essere garantita la restituzione di quanto è stato indebitamente riconosciuto, oltre gli interessi nel frattempo maturati.

Una volta che è decoro il termine perentorio dei quindici giorni e alcun soggetto creditore ha presentato reclami, allora il giudice delegato, su richiesta presentata da curatore fallimentare, procederà a dichiarare esecutivo il progetto di ripartizione dell’attivo residuando dal fallimento. Da questo momento in poi si procederà alla liquidazione delle somme che sono state ricavate dalla vendita dei beni appartenenti al soggetto fallito e verranno soddisfatti i creditori secondo l’ordine di cui all’art. 111 L.F., ossia i crediti prededucibili, crediti ammessi con prelazione, crediti chirografari.

Il giudice delegato controllerà che le operazioni di liquidazione avvenivano nel rispetto delle norme che regolano il fallimento. Terminata la fase della liquidazione dell’attivo fallimentare, il curatore dovrà depositare il rendiconto attestante la ripartizione delle somme e indicando le somme che residuano, a norma dell’art. 116. Quindi il giudice delegato disporrà che si proceda al riparto finale delle somme che non sono state distribuite tra i creditori, secondo quanto disposto dall’art. 117 L.F., nel quale vengono distribuiti anche gli accantonamenti precedenti.

La chiusura del fallimento

Si arriva quindi alla fase finale della procedura del fallimento. La chiusura del fallimento ha anch’essa risentita di numerose novità, anche se viene ancora oggi regolata principalmente da quanto viene esplicato  art. 118, 1° comma, del r.d. n. 267/1942: “Se nel termine stabilito nella sentenza dichiarativa di fallimento non sono state proposte domande di ammissione al passivo; quando, anche prima che sia compiuta la ripartizione finale dell’attivo, le ripartizioni ai creditori raggiungono l’intero ammontare dei crediti ammessi, o questi sono in altro modo estinti e sono pagati tutti i debiti e le spese da soddisfare in prededuzione; quando è compiuta la ripartizione finale dell’attivo; quando nel corso della procedura si accerta che la sua prosecuzione non consente di soddisfare, neppure in parte, i creditori concorsuali, né i crediti prededucibili e le spese di procedura”.

Quindi, una volta che sono state completate tutte le procedure in precedenza dettagliatamente descritte, se è intervenuto il fallimento della società, sarà compito del curatore fallimentare provvedere a inoltrare la richiesta di cancellazione dal registro delle imprese. Con la chiusura del fallimento, poi, si determina che la chiusura delle procedure estese ai soci, salvo il caso disciplinato dalla legge che nei confronti di qualcuno degli stessi soci della società che subisce il fallimento, non sia stata aperta una procedura di fallimento ad hoc come imprenditore individuale.

E’ il decreto legislativo n. 83/2015, che ha modificato l’art. 118 della Legge Fallimentare,  a regolare la fase finale della procedura che regola il fallimento. Or dunque, tale modifica ha inciso in maniera rilevante sui termini entro cui bisogna concludere la procedura di fallimento. Tra le novità introdotte, degna di nota è l’introduzione della norma che stabilisce che, una volta avvenuta la ripartizione dell’attivo fallimentare, la chiusura del fallimento non potrà subire ostacoli anche quando siano ancora in corso giudizi aventi ad oggetto il fallimento stesso e anche se in tali giudizi sia coinvolto direttamente il curatore.

Nel momento in cui soggiunge il decreto di chiusura del fallimento, la prima conseguenza diretta riguarda la cessazione degli effetti del fallimento stesso sul patrimonio appartenete al fallito e vengono a decadere anche tutti gli altri effetti legati alle incapacità personali.

Intervenuto il decreto di chiusura del fallimento, decadono conseguentemente tutti gli organi sopradescritti della procedura fallimentare.

Conclusa questa fase, l’ imprenditore, individuale e collettivo, decorso un anno dalla cancellazione dal registro delle imprese, può essere dichiarato fallito, se l’insolvenza si è manifestata anteriormente alla medesima o entro l’anno successivo.

Qualora si tratti di impresa individuale o collettiva o di una cancellazione di ufficio degli imprenditori collettivi, la legge che regola il fallimento prevede la possibilità per il creditore o per il pubblico ministero, di dimostrare  quando è iniziato a decorrere effettivamente il termine per la dichiarazione di fallimento.

Il fallimento: quando si rischia il carcere?

L’imprenditore rischia di finire in carcere quando ricorre il reato di bancarotta fraudolenta. La bancarotta consiste in un’attività imputabile all’imprenditore fallito, consistente nel dissimilare il proprio patrimonio, attraverso una serie dia attività che hanno l’unico intento di non soddisfare i suoi creditori.

La normativa attualmente vigente pone le basi nel “Codice della crisi di impresa e dell’insolvenza”, introdotto con il19 ottobre 2017.

La nuova disciplina distingue tra bancarotta propria e bancarotta impropria, a seconda che la messa in atto della bancarotta semplice o fraudolenta sia attribuita ad un imprenditore individuale fallito o da un soggetto diverso dal soggetto sottoposto a liquidazione giudiziale.

Quando le attività di bancarotta, sia semplice che fraudolenta, hanno ad oggetto i beni del fallito, allora si parerà di bancarotta patrimoniale. Al contrario, se le attività di occultazione dei beni incidono direttamente sui libri o scritture contabili, si parlerà di bancarotta documentale.

Il reato di bancarotta fraudolenta è disciplinato dall’art. 322 del Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza, il quale prevede la reclusione da tre a dieci anni qualora l’imprenditore è sottoposto alla  procedura del fallimento “abbia distrutto, occultato, dissimulato, distrutto o dissipato in tutto o in parte i suoi beni, ovvero, allo scopo di recare pregiudizio ai creditori, abbia esposto o riconosciuto passività inesistenti, oppure abbia sottratto, distrutto o falsificato, in tutto o in parte, con lo scopo di procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto o di recare pregiudizi ai creditori, i libri o le altre scritture contabili o li abbia tenuti in guisa da non rendere possibile la ricostruzione del patrimonio o del movimento degli affari.”

L’imprenditore commerciale che è stato dichiarato fallito ed è sottoposto a procedura di liquidazione giudiziale o colui che esercita professionalmente una attività economica organizzata al fine della produzione o scambio di servizi, viene individuato dalla disciplina della bancarotta fraudolenta come soggetto attivo.

Il corpo del reato è, invece, rappresentato dai beni dell’imprenditore soggetto a dichiarazione giudiziale o il suo intero patrimonio, che sta ad indicare l’insieme dei rapporti giuridici economicamente valutabili facenti capo all’imprenditore medesimo.

Per quanto attiene alle attività che fanno presagire la bancarotta fraudolenta, vi rientrano:

– la distrazione: la distrazione fa riferimento a quelle fattispecie nelle quali si conferisce al bene una destinazione diversa da quella imposta dalla norma giuridica,  con l’intento di ridurre il patrimonio da liquidare per soddisfare i creditori;

– l’occultamento: è quella fattispecie penale che mira al materiale nascondimento dei beni del patrimonio, in modo tale da renderne impossibile l’apprensione da parte degli organi deputati alla procedura della liquidazione giudiziale;

– la dissimulazione: in questo caso i beni non vengono sottratti materialmente ai creditori, ma l’imprenditore che è sottoposto a fallimento mette in atto una serie di negozi giuridici simulati, affinché tali beni apparentemente escono dalla cerchia delle sue proprietà;

– la distruzione: come fa intendere il termine stesso, in questo caso l’imprenditore distrugge materialmente il bene;

– la dissipazione: il soggetto attivo realizza atti a titolo gratuito, a titolo oneroso o atti di adempimento ad obbligazioni naturali per svalutare il proprio patrimonio.

 

Invece la bancarotta fraudolenta documentale, consiste nel fatto che l’imprenditore fallito distrugge o falsifica documenti contabili in modo da poter sottrarre denaro al fallimento.

In questo caso le condotte possibili sono:

– la sottrazione: in questo caso l’imprenditore impedisce in ogni modo agli organi del fallimento di entrare in possesso dei libri contabili. Si fa quindi riferimento ad ogni condotta diversa all’annientamento materiale del documento;

– la falsificazione: questa condotta si attua o sostituendo un documento originale con un altro attestante una diversa verità o creando ad hoc un documento prima inesistente;

– l’esposizione o il riconoscimento di passività inesistenti: consiste nel creare falsi atto o inserire false dichiarazioni, in modo tale che gli organi del fallimento, fidandosi della loro esistenza, commettano un errore di valutazione;

– la tenuta caotica dei libri e delle scritture contabili: questa attività consiste nel creare confusione, alterare o manomette i libri contabili in modo tale che, una volta intervenuto il fallimento e gli organi della procedura prendano in mano la situazione, non hanno tutti gli elementi per poter procedere alla valutazione delle reale entità di somme e beni del soggetto che è sottoposto a fallimento.

 

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