Maltrattamenti: condanna solo se minacce e percosse sono abituali

maltrattamenti: se non sono ripetuti, non è reato
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Maltrattamenti devono essere abituali, altrimenti non si configura il reato di maltrattamenti in famiglia. È quanto statuito dalla Corte di Cassazione, con una sentenza che farà certamente discutere. Analizziamo nel dettaglio le motivazioni di questa decisione.

Maltrattamenti: la decisione della Cassazione

La Corte di Cassazione, VI sezione penale, con sentenza n.6129/2019, si è pronunciata su una materia, quelli dei maltrattamenti, che è, da sempre, oggetto di un dibattito dottrinale e giurisprudenziale particolarmente accesso.

 

La decisione in commento è anch’essa fonte di numerose polemiche: nel dettaglio la Suprema Corte ha statuito che: “il reato di maltrattamenti non può ritenersi integrato da condotte sporadiche e non abituali, in quanto l’abitualità rappresenta un requisito necessario richiesto dalla norma. È indispensabile che tra le singole condotte vi sia un raccordo che dimostri il consapevole perseverare in condotte lesive della dignità della persona offesa”.

 

Nel caso di specie, la donna lamentava di aver subito “minacce, ingiurie e percosse” durante il matrimonio, dal suo ex marito. Per i giudici però, queste condotte criminose si sono manifestate in un arco temporale breve rispetto alla durata del matrimonio, senza considerare che poi i coniugi avevano optato per una separazione consensuale e anche dopo la stessa, la donna aveva deciso di continuare a vivere nella stessa casa con il suo ex partner.

 

Distinzione tra elemento oggettivo e soggettivo

 

Per i giudice della Suprema Corte, l’elemento oggettivo dei  maltrattamenti si configura allorquando vi sia il compimento di più atti, delittuosi o meno, di natura vessatoria che determinano sofferenze fisiche o morali, realizzati in momenti successivi.

 

Quindi, secondo l’orientamento seguito dagli Ermellini, non è necessario che il compimento di tali atti delittuosi tali avvenga in un periodo prolungato, ma è sufficiente che ci sia la loro ripetizione, anche se in un limitato arco di tempo: se emerge che la condotta del marito era il ripetersi di atti criminosi e delittuosi allora non avrà alcun peso, poi, che nello stesso periodo, il soggetto abbia anche tenuto comportamenti corretti. (cfr Cass n. 6724/2017).

 

Per il reato di maltrattamenti, difatti, è sufficiente che ci sia la coscienza e la volontà di persistere nel compimento di un’attività criminosa che era già stata posta in atto nel passato e che è idonea a ledere la fisicamente e psicologicamente la vittima. La norma non richiede, per poter confutare il dolo, che vi sia la rappresentazione e la programmazione di un insieme di comportamenti che possano provocare una lesione della personalità della persona, che subisce le angherie.

 

Abitualità delle condotte

 

Per poter imputare il reato di maltrattamenti, pertanto, è necessario che ci sia l’abitualità delle condotte, altrimenti il reato non sussiste.

 

 

La Corte si è soffermata sul requisito, secondo il quale: “per essere abituali non devono essere sporadiche”: nella sostanza, non rileva la condotta in sé, ma che siano comportamenti violenti che devono ripetersi in un lasso temporale limitato.

 

Gli Ermellini hanno statuito che, nel caso oggetto della sentenza “manca un’argomentazione che raccordi puntualmente le singole condotte, individuando esplicitamente un atteggiamento volitivo che non si risolva in manifestazioni, seppur ripetute, di contingente aggressività, ma comprovi il consapevole perseverare in condotte lesive della dignità della persona offesa” (cfr. Cass. n. 25183/2012).

 

Conclusioni

La sentenza della Suprema Corte sarà destinata a far certamente discutere. La materia è complessa e numerosi sono gli interventi del legislatore e della giurisprudenza per colmare delle evidenti lagune dell’ordinamento italiano.

Ogni giorno, ai telegiornali o sui social, si moltiplicano i casi di maltrattamenti che poi sfociano anche negli omicidi: il maltrattamento è il primo campanello d’allarme di una situazione di instabilità. Per questo la sentenza della Suprema Corte non convince, perché si aspetterebbe una normativa più severa e stringente, che intimorisse e avesse un intento dissuasivo: al contrario ci troviamo di fronte a decisione che quasi giustificano i maltrattamenti, se sono occasionali. Non è la temporalità degli eventi a dover stabilirne la gravità, ma è il compimento del singolo atto che deve essere sempre condannato. Per questo auspichiamo un pronto intervento del legislatore per regolarizzare una materia che non convince e lascia ancora impuniti tanti episodi di criminalità.

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