Suicidio assistito: non è punibile chi a certe condizioni lo agevola

suicidio assistito
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Suicidio assistito è consentito quando ricorrono determinate condizione. E ciò che ha stabilito la Consulta sul caso di Marco Cappato che accompagnò DJ Fabo a morire in una clinica svizzera.

Suicidio assistito: la decisione della Consulta

Dopo una camera di Consiglio durata oltre quattro ore, la Corte Costituzione di è finalmente pronunciata sull’interpretazione del tanto discusso articolo 580 c.p., in relazione al suicidio assistito.

Tale norma, infatti, testualmente stabilisce che: “Chiunque determina altri al suicidio o rafforza l’altrui proposito di suicidio, ovvero ne agevola in qualsiasi modo l’esecuzione, è punito, se il suicidio avviene, con la reclusione da cinque a dodici anni. Se il suicidio non avviene, è punito con la reclusione da uno a cinque anni, sempre che dal tentativo di suicidio derivi una lesione personale grave o gravissima.

Le pene sono aumentate se la persona istigata o eccitata o aiutata si trova in una delle condizioni indicate nei numeri 1 e 2 dell’articolo precedente. Nondimeno, se la persona suddetta è minore degli anni quattordici o comunque è priva della capacità d’intendere o volere, si applicano le disposizioni relative all’omicidio

La questione posta dalla Corte di Assise di Milano riguarda se fosse punibile la condotta di chi aiuti un soggetto a suicidarsi, il cosidetto suicidio assistito, se tale volontà è espressa liberamente e consapevolmente dal soggetto stesso (nel caso in oggetto da parte di DJ Fabo)

La vicenda trae spunto dal noto episodio di cronaca nel quale Marco Cappato, leader dei Radicali, accompagnano Dj Fabo (tetraplegico in seguito a un incidente stradale), a morire in una clinica in Svizzera.

La stessa Consulta, era più volte intervenuta sulla vicenda, perché sono ormai anni che si parla di suicido assistito, chiedendo al legislatore di adeguare la normativa Italiana. È del tutto evidente come il diritto italiano sia lacunoso e sia necessario un intervento dall’alto.

Il punto è che la materia è oggetto di un aspro dibattito tra le forze politiche e e la scelta in un senso o nell’altro irrimediabilmente comporta delle conseguenze sul consenso popolare. Per questo motivo, per molti partiti, conviene rimanere vaghi perché prendere una posizione netta può comportare una considerevole perdita di voti.

Il processo in corso a carico di Marco Cappato è iniziato a seguito di una sua autodenuncia (difatti, è accusato di istigazione al suicidio). Lo stesso pendeva dinanzi alla Corte di Assise di Milano, che aveva posto la questione alle Sezioni Unite circa l’interpretazione dell’art.580 del codice penale.  Lo stesso processo è sospeso dal 24 ottobre del 2018, e adesso andrà in decisione adeguandosi alla decisione della Corte Costituzionale.

L’accusa è di aver “rafforzato” l’idea di suicidarsi da parte di Dj Fabo, sia prospettandogli la possibilità di ottenere il suicidio assistito presso un’associazione in Svizzera, sia attivandosi per mettere in contatto i suoi familiari con l’associazione stessa e fornendo loro materiale informativo.

Le doglianze proposte dal collegio milanese, fanno riferimento a due profili determinanti del suicidio assistito:

  • l’ambito di applicazione della norma censurata, la quale incrimina anche le condotte di aiuto al suicidio che non abbiano contribuito a determinare o a rafforzare il proposito della vittima;
  • il trattamento sanzionatorio riservato a tali condotte, in quanto punite con la medesima, severa pena prevista per le più gravi condotte di istigazione.

Nel dettaglio, le difficoltà di interpretazione della normativa erano ricollegate anche alle novità introdotte con la legge n.219/2017 in tema di c.d. “diritto a morire”.

Secondo il ragionamento proposto dai giudici di merito, i principi costituzionali che hanno portato alla formulazione e all’approvazione della legge n. 219/2017 dovrebbero incidere inevitabilmente anche sull’interpretazione dell’art. 580 c.p. in riferimento all’individuazione del bene giuridico tutelato e alle condotte idonee a lederlo.Nella sostanza, la domanda è: quando è ammissibile il suicidio assistito?

La decisione della Consulta

La statuizione delle Corte è stata netta, prendendo una posizione di grande coraggio, pronta ad esporsi anche alle pesanti critiche dell’opinione pubblica. Nel dettaglio ha stabilito che: “non punibile ai sensi dell’articolo 580 del codice penale, a determinate condizioni, chi agevola l’esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di un paziente tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche e psicologiche che egli reputa intollerabili ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli”.

Ma c’è di più. La consulta ha aggiunto che, in attesa di un “indispensabile intervento del legislatore”,  va precisato che  “la non punibilità è subordinata al rispetto delle modalità previste dalla normativa sul consenso informato, sulle cure palliative e sulla sedazione profonda continua (articoli 1 e 2 della legge 219/2017) e alla verifica sia delle condizioni richieste che delle modalità di esecuzione da parte di una struttura pubblica del SSN, sentito il parere del comitato etico territorialmente competente“.

Nel passaggio finale, gli Ermellini hanno specificato che “l’individuazione di queste specifiche condizioni e modalità procedimentali, desunte da norme già presenti nell’ordinamento, si è resa necessaria per evitare rischi di abuso nei confronti di persone specialmente vulnerabili, come già sottolineato nell’ordinanza 207 del 2018. Rispetto alle condotte già realizzate, il giudice valuterà la sussistenza di condizioni sostanzialmente equivalenti a quelle indicate”.

Centrale nelle decisione delle Consulta è valutazione da fare caso per caso. La non punibilità dell’aiuto al suicidio è subordinata al rispetto di una serie di requisiti, affinché non si incorra nell’abuso nei confronti di persone specialmente vulnerabili.

Nel dettaglio, bisogna sempre far riferimento:

  • al consenso informato;
  • alle cure palliative e sedazione profonda continua;
  • alla verifica delle condizioni richieste e delle modalità di esecuzione da parte di una struttura pubblica del Servizio sanitario nazionale, sentito il parere del comitato etico territorialmente competente.

Cappato: “Ora serve una legge!”

Entusiasta della decisione sul suicidio assistito, Marco Cappato ha espresso tutta la sua gioia “Da oggi in Italia siamo tutti più liberi, anche quelli che non sono d’accordo. Ho aiutato Fabiano perché ho considerato un mio dovere farlo. La Corte costituzionale ha chiarito che era anche un suo diritto costituzionale per non dover subire sofferenze atroci. È una vittoria di Fabo e della disobbedienza civile, ottenuta mentre la politica ufficiale girava la testa dall’altra parte. Ora è necessaria una legge”.

Sulla decisione si è espressa anche l’avvocato Filomena Gallo, segretario Associazione Luca Coscioni e coordinatore del collegio di difesa di Marco Cappato, “Questa decisione apre la strada finalmente a una buona normativa per garantire a tutti il diritto di essere liberi fino alla fine, anche per chi non è attaccato a una macchina ma è affetto da patologie irreversibili e sofferenze insopportabili, come previsto dalla nostra proposta di legge di iniziativa popolare per l’eutanasia legale depositata alla Camera dei Deputati nel 2013. Mi auguro che finalmente il Parlamento si faccia vivo. Noi andremo avanti, e invitiamo a unire le forze laiche e liberali in occasione del Congresso dell’Associazione Luca Coscioni dal 3 al 6 ottobre a Bari”.

 

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